sabato 21 marzo 2009

Un'altra Silvia, un'altra primavera

Nel 1950 Sylvia Plath va a studiare allo Smith College, e comincia a scrivere le sue lettere alla madre Aurelia. Sconvolgente testimonianza.
Sylvia sente d’essere “un simbolo della terribile beltà della morte, e del paradosso per cui più si vive intensamente, più ci si brucia e ci si consuma; la morte include qui il concetto d’amore, ed è più ampia e ricca dell’amore, che è una mera sua parte” (lettera del 9 marzo 1956).
Sconvolgente testimonianza, ripeto, d’un abbaglio. E con queste poche parole, qui, di uno che amò Sylvia quanto si può amare qualcuno che non s’è mai conosciuto, alludo proprio a quell’errore, all’orrore d’una vita che per troppo amore del vivere non fu poi vissuta.
Così, attraversando un’acqua troppo fredda, mentre tintinnano mille campane di vetro, Sylvia continua a parlarci del suo errore e del suo orrore, e ci comanda di vivere, con la sua voce che non ebbe il coraggio di tacere.

P.S. Ciao Ettore, ciao Filiberto, ciao Linda, ciao Claudio, ciao Gianni, ma l'elenco è ormai troppo lungo.
P.S. 2 (E domani sarà il mio compleanno).

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