"La crisi viene del fatto che i ricchi non hanno cultura e i colti non hanno soldi".
(Barbara Rose, da un'intervista pubblicata su corriere.it, 2 aprile 2009).
giovedì 2 aprile 2009
sabato 28 marzo 2009
Il dono
A noi, sempre in ritardo
su noi stessi, accade l’anticipo,
la finta del corpo che mostra
ciò che non intende, ovvero
si mostra, beninteso, e però senza
dubbi o rimpianti. Accade
in un presente del presente, in
un aprirsi della porta che si chiude per
donarsi nel passaggio dal per-
dono al limite, dalla cima
al fondo innumerabile. E qui,
nello sfrangiarsi del possibile
e del non posseduto, accade il dono,
il presente d’un presente, l’anticipo
del già stato non ancora.
su noi stessi, accade l’anticipo,
la finta del corpo che mostra
ciò che non intende, ovvero
si mostra, beninteso, e però senza
dubbi o rimpianti. Accade
in un presente del presente, in
un aprirsi della porta che si chiude per
donarsi nel passaggio dal per-
dono al limite, dalla cima
al fondo innumerabile. E qui,
nello sfrangiarsi del possibile
e del non posseduto, accade il dono,
il presente d’un presente, l’anticipo
del già stato non ancora.
venerdì 27 marzo 2009
Idee
"La retta tracciata col gesso è ciò che si traccia col gesso pensando una retta" (Weil, Quaderni)
mercoledì 25 marzo 2009
L'uno fra i molti
"Non ho mai cercato di piacere ai più; ciò che infatti loro piace, io non lo conosco, e ciò che invece io so, essi non sono in grado di capirlo": questa sentenza di Epicuro non è da intendersi come una sterile ed aristocratica ripulsa della collettività, bensì come una difesa verso ciò che è collettività di colpe e di oscurità soggettive, non di rispetto per l'uomo, per la sua conoscenza e la sua coscienza. La sentenza allude inoltre alla profondità dolorosa dell'esperienza del pensatore e dell'artista, solitario nell'operare dentro di sé la guarigione dai mali che minacciano l'umanità. Questa solitaria via d'accesso al logos, al vero linguaggio della collettività, può essere scambiata per aristocratico orgoglio solo se si fraintendono l'umiltà, la sofferenza e le conseguenze pedagogiche che essa comporta" (Furio Jesi, Letteratura e mito).
martedì 24 marzo 2009
Metodo dell'ossimoro
Venerdì 27 marzo alle 9:30, al Refettorio piccolo delle Biblioteche Riunite “Civica e Ursino Recupero” (Monastero dei Benedettini), Giuseppe Dolei, Nicolò Mineo, Antonio Pioletti e Andrea Manganaro presenteranno il volume Forme e Storia. Studi in ricordo di Gaetano Compagnino, a cura di Andrea Manganaro (Rubbettino, 2008, "Le forme e la storia", n. s., I, 2008, n. 1-2). L'evento è organizzato dalla facoltà di Lettere e Filosofia e dal Dipartimento di Filologia moderna dell'Università di Catania, insieme con le Biblioteche Riunite “Civica e Ursino Recupero”.
Si tratta di un numero speciale de "Le forme e la storia" (rivista del Dipartimento di Filologia Moderna), di cui Gaetano Compagnino fu uno dei fondatori e direttori. L'opera, in due tomi, di complessive pp. 1430, dedicata alla memoria di Gaetano Compagnino, scomparso nel 2004, pubblicata con i contributi del Dipartimento di Filologia Moderna e della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, raccoglie saggi di 80 autori e inaugura una nuova serie della rivista.
Dopo il saluto del preside della facoltà di Lettere e Filosofia, prof. Enrico Iachello, seguirà la relazione del prof. Giuseppe Giarrizzo.
(Uno degli oltre 80 autori sono io. In onore del mio vecchio professore ho scritto un piccolo saggio intitolato Metodo dell'ossimoro).
Si tratta di un numero speciale de "Le forme e la storia" (rivista del Dipartimento di Filologia Moderna), di cui Gaetano Compagnino fu uno dei fondatori e direttori. L'opera, in due tomi, di complessive pp. 1430, dedicata alla memoria di Gaetano Compagnino, scomparso nel 2004, pubblicata con i contributi del Dipartimento di Filologia Moderna e della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, raccoglie saggi di 80 autori e inaugura una nuova serie della rivista.
Dopo il saluto del preside della facoltà di Lettere e Filosofia, prof. Enrico Iachello, seguirà la relazione del prof. Giuseppe Giarrizzo.
(Uno degli oltre 80 autori sono io. In onore del mio vecchio professore ho scritto un piccolo saggio intitolato Metodo dell'ossimoro).
domenica 22 marzo 2009
Il Decano
Strano, ma mi sembra che il giorno del mio compleanno sia sempre stato legato al ricordo d’una congettura di cui certamente ho avuto notizia dopo i vent’anni. Mi riferisco all’interpretazione data da Aby Warburg del cosiddetto vir niger delle pitture di Palazzo Schifanoia. Il vir niger è “un uomo dalla pelle scura e dallo sguardo irato che indossa un vestito bianco e lacero, con una lunga corda che gli cinge i fianchi”; e Warburg ne offre un’interpretazione memorabile, identificandolo come il primo Decano dell’Ariete, ovvero una trasfigurazione di Perseo il cacciatore di mostri, colui a cui spetta il compito ingrato di non guardare direttamente gli orrori che esamina.
Ora, la stranezza del ricordo consiste nel fatto che esso, pur legato a due esperienze fatte ad un certo momento (la lettura del saggio di Warburg, nonché la mia prima visita al Palazzo ferrarese), mi sembra appunto cominciato da sempre, cioè mai cominciato effettivamente, pur sempre attivo, e in definitiva fatto della stoffa infida del mito, o dei sogni, o delle storie senza capo né coda che a volte i bambini si raccontano, nel buio, prima d’addormentarsi.
Ora, la stranezza del ricordo consiste nel fatto che esso, pur legato a due esperienze fatte ad un certo momento (la lettura del saggio di Warburg, nonché la mia prima visita al Palazzo ferrarese), mi sembra appunto cominciato da sempre, cioè mai cominciato effettivamente, pur sempre attivo, e in definitiva fatto della stoffa infida del mito, o dei sogni, o delle storie senza capo né coda che a volte i bambini si raccontano, nel buio, prima d’addormentarsi.
sabato 21 marzo 2009
Un'altra Silvia, un'altra primavera
Nel 1950 Sylvia Plath va a studiare allo Smith College, e comincia a scrivere le sue lettere alla madre Aurelia. Sconvolgente testimonianza.
Sylvia sente d’essere “un simbolo della terribile beltà della morte, e del paradosso per cui più si vive intensamente, più ci si brucia e ci si consuma; la morte include qui il concetto d’amore, ed è più ampia e ricca dell’amore, che è una mera sua parte” (lettera del 9 marzo 1956).
Sconvolgente testimonianza, ripeto, d’un abbaglio. E con queste poche parole, qui, di uno che amò Sylvia quanto si può amare qualcuno che non s’è mai conosciuto, alludo proprio a quell’errore, all’orrore d’una vita che per troppo amore del vivere non fu poi vissuta.
Così, attraversando un’acqua troppo fredda, mentre tintinnano mille campane di vetro, Sylvia continua a parlarci del suo errore e del suo orrore, e ci comanda di vivere, con la sua voce che non ebbe il coraggio di tacere.
P.S. Ciao Ettore, ciao Filiberto, ciao Linda, ciao Claudio, ciao Gianni, ma l'elenco è ormai troppo lungo.
P.S. 2 (E domani sarà il mio compleanno).
Sylvia sente d’essere “un simbolo della terribile beltà della morte, e del paradosso per cui più si vive intensamente, più ci si brucia e ci si consuma; la morte include qui il concetto d’amore, ed è più ampia e ricca dell’amore, che è una mera sua parte” (lettera del 9 marzo 1956).
Sconvolgente testimonianza, ripeto, d’un abbaglio. E con queste poche parole, qui, di uno che amò Sylvia quanto si può amare qualcuno che non s’è mai conosciuto, alludo proprio a quell’errore, all’orrore d’una vita che per troppo amore del vivere non fu poi vissuta.
Così, attraversando un’acqua troppo fredda, mentre tintinnano mille campane di vetro, Sylvia continua a parlarci del suo errore e del suo orrore, e ci comanda di vivere, con la sua voce che non ebbe il coraggio di tacere.
P.S. Ciao Ettore, ciao Filiberto, ciao Linda, ciao Claudio, ciao Gianni, ma l'elenco è ormai troppo lungo.
P.S. 2 (E domani sarà il mio compleanno).
venerdì 20 marzo 2009
Invulnerabile?
"Nei libri Lessing aveva scoperto un'arma contro la quale ogni autorità era impotente" (E.H. Gombrich, Custodi della memoria).
giovedì 19 marzo 2009
Giobbe, o della nostalgia
Ieri sera sono andato a sentire don Giuseppe Ruggieri. È un teologo abbastanza indipendente, diciamo così. Ruggieri ha letto e commentato Il libro di Giobbe.
È il caso di sottolineare che Giobbe non è affatto l’uomo paziente che a volte ci immaginiamo: viceversa, è un vero combattente, che continua ad invocare risposte, che non si arrende al silenzio di Dio, e che anzi vorrebbe fargli una sorta di processo. Come mai il male? E, soprattutto, cosa fare, di fronte al male? Giobbe non lo sa.
Invece, pensano di saperlo tre suoi amici sapienti, che gli dicono di arrendersi alla maestà dell’esistente, allo strapotere dell’incomprensibile, e che lo accusano di blasfemia.
Infatti, in più punti quanto dice Giobbe è azzardato e irriguardoso. Infine, Dio fa sentire la sua voce. Ricorda a Giobbe la sproporzione fra creatura e creatore. Ma, soprattutto, loda Giobbe per avere continuato, nonostante tutto, a combattere, a chiedere. Lo loda per non essersi arreso. Viceversa, rimprovera i tre sapienti (o presunti tali), dice loro di offrire qualche vittima in sacrificio, precisando però che saranno perdonati solo se Giobbe, colui che continua a chiedersi come fare, come resistere, se Giobbe vorrà intercedere per loro.
Come ha ricordato Ruggieri, Il libro di Giobbe è stato interpretato in molti modi differenti, e perfino opposti.
A me è venuto in mente che Giobbe ci parli della nostalgia. Ovvero del dolore per il tempo, per la gioia che fu quando non sapevamo d’averla; e che ci parli anche d’una nostalgia più profonda e in apparenza insensata, la nostalgia per qualcosa che non c’è mai stato, nostalgia della giustizia, ad esempio, nostalgia d’un mondo integro che appunto non c’è mai stato, se non forse nel dolore del dolore.
È il caso di sottolineare che Giobbe non è affatto l’uomo paziente che a volte ci immaginiamo: viceversa, è un vero combattente, che continua ad invocare risposte, che non si arrende al silenzio di Dio, e che anzi vorrebbe fargli una sorta di processo. Come mai il male? E, soprattutto, cosa fare, di fronte al male? Giobbe non lo sa.
Invece, pensano di saperlo tre suoi amici sapienti, che gli dicono di arrendersi alla maestà dell’esistente, allo strapotere dell’incomprensibile, e che lo accusano di blasfemia.
Infatti, in più punti quanto dice Giobbe è azzardato e irriguardoso. Infine, Dio fa sentire la sua voce. Ricorda a Giobbe la sproporzione fra creatura e creatore. Ma, soprattutto, loda Giobbe per avere continuato, nonostante tutto, a combattere, a chiedere. Lo loda per non essersi arreso. Viceversa, rimprovera i tre sapienti (o presunti tali), dice loro di offrire qualche vittima in sacrificio, precisando però che saranno perdonati solo se Giobbe, colui che continua a chiedersi come fare, come resistere, se Giobbe vorrà intercedere per loro.
Come ha ricordato Ruggieri, Il libro di Giobbe è stato interpretato in molti modi differenti, e perfino opposti.
A me è venuto in mente che Giobbe ci parli della nostalgia. Ovvero del dolore per il tempo, per la gioia che fu quando non sapevamo d’averla; e che ci parli anche d’una nostalgia più profonda e in apparenza insensata, la nostalgia per qualcosa che non c’è mai stato, nostalgia della giustizia, ad esempio, nostalgia d’un mondo integro che appunto non c’è mai stato, se non forse nel dolore del dolore.
domenica 15 marzo 2009
Le ultime parole famose
Sentita stamattina su ALL Music: "Sono un ragazzo modesto e abbastanza alla moda". Potrebbe essere il titolo di una nuova edizione della Fenomenologia dello Spirito, o almeno delle pagine dedicate a "servo e padrone".
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