Strano, ma mi sembra che il giorno del mio compleanno sia sempre stato legato al ricordo d’una congettura di cui certamente ho avuto notizia dopo i vent’anni. Mi riferisco all’interpretazione data da Aby Warburg del cosiddetto vir niger delle pitture di Palazzo Schifanoia. Il vir niger è “un uomo dalla pelle scura e dallo sguardo irato che indossa un vestito bianco e lacero, con una lunga corda che gli cinge i fianchi”; e Warburg ne offre un’interpretazione memorabile, identificandolo come il primo Decano dell’Ariete, ovvero una trasfigurazione di Perseo il cacciatore di mostri, colui a cui spetta il compito ingrato di non guardare direttamente gli orrori che esamina.
Ora, la stranezza del ricordo consiste nel fatto che esso, pur legato a due esperienze fatte ad un certo momento (la lettura del saggio di Warburg, nonché la mia prima visita al Palazzo ferrarese), mi sembra appunto cominciato da sempre, cioè mai cominciato effettivamente, pur sempre attivo, e in definitiva fatto della stoffa infida del mito, o dei sogni, o delle storie senza capo né coda che a volte i bambini si raccontano, nel buio, prima d’addormentarsi.
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